CULTURA

Il mondo del kendama: storia, trick e come iniziare senza sbagliare il primo

Cos'è davvero un kendama, da dove arriva, quali trick si fanno e come scegliere il primo. Una guida onesta per curiosi, senza il solito condimento da tutorial.

Di Fillow Skate Team · 12 aprile 2024 · 8 min di lettura

Se ti sei imbattuto in un kendama e ti sei chiesto “ok, ma cos’è — un giocattolo o uno sport?”, la risposta breve è: entrambi. E nessuno dei due. È uno di quegli oggetti che sembra semplice, ti frega per dieci minuti, e poco dopo sei al quinto tentativo per piantare la pallina sulla punta perché “questo passa”. Più di così non c’è da spiegare. Ma c’è storia, tecnica e una scena piuttosto seria dietro.

Cos’è davvero un kendama

Un kendama è un giocattolo di destrezza giapponese in legno. Due pezzi uniti da una corda: il ken (l’impugnatura con tre coppette e una punta) e il tama (la pallina, con un foro). Suona minimale, ma le quattro superfici del ken — big cup, small cup, base cup e spike — sono l’alfabeto con cui si costruiscono le centinaia di trick esistenti.

Il vocabolario che ti serve se vuoi parlare la lingua:

  • Ken — l’impugnatura.
  • Tama — la pallina.
  • Sarado — la crocetta che tiene le due coppette laterali.
  • Big cup e small cup — le coppette grande e piccola del sarado.
  • Base cup — la terza coppetta, sotto il ken (lato opposto allo spike).
  • Spike (kensaki) — la punta dove si infila il foro del tama.
  • Ito — la corda che collega ken e tama.

Ogni trick è in pratica un modo diverso di lanciare il tama in aria e riprenderlo su una di queste quattro superfici. Quando inizi a concatenare combo tra loro, il giocattolo smette di essere tale.

Una breve storia: da Hiroshima al mondo

La gente pensa che il kendama sia giapponese e si ferma lì, ma l’albero genealogico è più strano. L’idea base — un bastone, una corda e una pallina — esisteva secoli prima in Europa come bilboquet (Francia, XVI secolo) e in versioni simili in tutta l’America Latina (boliche, balero). Il giocattolo è arrivato in Giappone intorno al XVIII secolo via rotte commerciali con l’Europa, e lì gli sono state aggiunte le due coppette laterali che l’hanno reso unico.

Il kendama moderno, quello che riconosci oggi, è nato nel 1919 a Hiroshima, quando un tale Hatsume Egusa ha registrato il design attuale con sarado. Per decenni è stato un giocattolo da cortile giapponese, finché nel 1975 è stata fondata la Japan Kendama Association (JKA), che ha standardizzato dimensioni, regole e un sistema ufficiale di esami (kyu e dan, come nelle arti marziali). Da passatempo è diventata una disciplina con federazione e tutto.

Il secondo grande salto è arrivato tra il 2007 e il 2012, quando marchi come Kendama USA, Sweets Kendamas e KROM (Danimarca) hanno iniziato a fare kendama “pro” con vernice sticky, forme più aggressive e una filosofia skate/BMX. Sono usciti video, sono partite le comp, e di colpo il kendama non era più roba da bambini giapponesi: era un trick di street che entrava nello zaino.

Trick di base: la scala per iniziare

Ogni kendamista che si rispetti è passato per la stessa scala. Nessuna scorciatoia:

  1. Big cup — impugni il ken, lanci la pallina in alto, la prendi nella coppetta grande. Facile da leggere, duro da rifinire.
  2. Small cup — uguale sulla piccola. Meno indulgente, più controllo.
  3. Base cup — la coppetta sotto il ken. Cambia presa e posizione della mano.
  4. Spike — infilare il foro del tama sulla punta. Il primo trick che si sente “vero”.

Quando hai questi quattro, entri nel mondo dei combo. Il classico è il moshikame, alternare big cup e base cup senza fermarsi, ritmo da metronomo. Ne piazzi uno buono e capisci perché la gente si attacca. Da lì salti su around the world (i quattro elementi in sequenza finendo nello spike), around Japan, lighthouse (equilibrare il tama sullo spike con la base sotto), lunar, juggle, tornado spike… La lista non finisce.

Il sistema di gradi della JKA va dal 10° kyu (principiante) al 1° dan (pro), con trick precisi assegnati a ogni livello. Molti lo usano come mappa per progredire senza perdersi.

Perché crea così tanta dipendenza

Il kendama gira sullo stesso loop psicologico dello skate, dei videogiochi o del caffè. Sbagli tanto, piazzi qualche volta, e ogni volta che piazzi il cervello rilascia una piccola scarica di dopamina che ti spinge a riprovare. Una sessione da 20 minuti vola come due. E siccome entra in qualsiasi zaino e non serve né park né asfalto, te lo porti ovunque.

C’è anche un lato meditativo. Per piazzare i trick fini serve respirare calmi, leggere la rotazione del tama, aggiustare le ginocchia. È uno dei pochi “giocattoli” che migliorano la propriocezione e la pazienza allo stesso tempo. Molti skater ne portano uno come warm-up prima di skateare o come pausa quando la sessione non gira.

Come scegliere il tuo primo kendama (e dove non comprarlo)

Qui la gente si rovina. Il kendama da bazar — vernice plastica lucida, legno del ken non stagionato — ti frustra prima ancora di iniziare. La pallina scivola, lo spike non entra, la vernice si scrosta in tre giorni. Niente piazza, molli.

Quello che conta davvero in un kendama di qualità:

  • Faggio europeo o ciliegio giapponese: stabile, equilibrato, dura di più.
  • Vernice sticky o clear: il tama “afferra” la coppetta un microsecondo in più, perdona gli atterraggi. Lascia stare la vernice glossy di una volta se vai sul serio.
  • Misura standard JKA: ken di circa 16 cm, tama di circa 6 cm e 70-80 g. Alcune marche fanno modelli jumbo o mini, ma per iniziare resta sullo standard.
  • Marchio con una scena dietro: Sweets, KROM, Sol, Kendama USA, Ozora, Tribute. Non snobismo: sono quelli che da anni rifiniscono equilibrio e vernice.

Per trovarne uno buono senza perdere ore a confrontare, la cosa più pratica è andare in uno shop online specializzato che vende solo kendama (non la sezione “giocattoli” di un Amazon qualunque). Un riferimento solido in Europa è The Joker House, che da anni tiene modelli pro di Sweets, KROM e compagnia, con vernice sticky in stock e consigli veri se non sai da dove partire. Se metti 25-40€ nel tuo primo kendama, quei pochi euro in più rispetto al bazar fanno la differenza tra attaccarti o lasciarlo in un cassetto.

Kendama e skate: cugini lontani ma fratelli

Non è un caso che molta gente dello skate finisca con un kendama in mano. Condividono DNA: cultura urbana, video pro, marchi DIY, contest, e soprattutto quel loop di sbagliare cento volte per piazzarne uno. Skater come Liam Cooper, Wyatt Bray o i ragazzi del KROM team si muovono tra i due mondi senza sforzo. Sweets ha tirato fuori serie intere con grafiche da skate. E se skati, le prime settimane di kendama ti ricorderanno pericolosamente le prime settimane a imparare l’ollie: stessa curva, stessa frustrazione, stessa salita quando finalmente esce.

Se ti è venuta voglia di provarne uno, non serve complicarsi: standard JKA, vernice sticky, marca con un nome. Il resto lo fa la ripetizione. E come per tutto ciò che vale la pena, il primo mese fa rabbia, il secondo cominci a capirci qualcosa, e al terzo stai già spiegando a un amico perché il suo kendama da bazar non avrebbe mai piazzato bene.

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